martedì 27 marzo 2012

27 Aprile: Occupare, occuparsi di, aver cura. Federica Giardini


Biografia
Federica Giardini insegna Filosofia politica all'Università "Roma Tre". Coordina il sito dell'Associazione Internazionale delle filosofe (www.iaphitalia.org) ed è redattrice di "DWF" e di "Alfabeta2".
Le ricerche più recenti utilizzano la differenza come operatore per affrontare alcuni temi portanti del pensiero politico contemporaneo: dalle relazioni di obbedienza/disobbedienza alle trasformazioni della politica a partire dall'ordine delle relazioni tra umano e non umano (“cosmopolitica” e beni comuni), all'esperienza sessuata della forza.
Tra i suoi scritti: L'alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio (Le Lettere 2010); Relazioni. Differenza sessuale e fenomenologia (Luca Sossella 2004); la cura di Sensibili guerriere. Sulla forza femminile (Jacobelli 2011) e, con A. Buttarelli, Il pensiero dell'esperienza (Baldini Castoldi Dalai 2008).




Occupare, occuparsi di, aver cura
Federica Giardini
Si entra nel foyer, quello spazio che dal 14 giugno 2011 è tornato a rispondere al proprio nome: un focolare attorno a cui si svolge la vita del Teatro Valle Occupato.
Le pratiche di occupazione in questo ultimo anno si sono diffuse in lungo e in largo per il mondo, dalla Spagna agli Stati Uniti, al punto da tracciare il disegno concreto e in divenire di un’altra politica, che usa l’urgenza del bisogno e il respiro del desiderio per aprire nuovi orizzonti. 
Si inizia con un atto che, seppure non violento, forza perlomeno ciò che è statuito come legale. In questo caso particolare il Teatro più antico di Roma è una proprietà demaniale che, dopo la chiusura dell’Ente Teatrale Italiano, viene affidata al Comune in vista di una gestione privata. L’occupazione ha interrotto questi passaggi proprietari, che la forza dello Stato presenta come normale, se non come necessario. Processo che avviene oramai su scala mondiale e che risponde alla leggenda secondo cui ciò che era di proprietà dello Stato, pubblico e dunque mal gestito, trovi miglior sorte e rendimento, se affidato alle regole del mercato e del privato interesse. E’ un’idea violenta, che produce effetti di miseria sui corpi e sulle menti: privati del nutrimento necessario – non solo l’acqua ma anche la cultura, la bellezza – a meno che non siano in grado di procurarseli a mezzo denaro.
Un atto di forza che arriva a interrompere un ciclo di violenza. E’ dunque una forza generativa, che riapre e fa rivivere spazi abbandonati all’incuria e alla mancanza di pensiero. Da quel 14 giugno, infatti, il foyer e poi la sala e il palcoscenico sono tornati ad essere abitati da energie, relazioni, dalle invenzioni necessarie a dare corpo e parole all’inedito. Si è così inaugurato un lungo percorso di ricerca delle risposte precise al bisogno-desiderio di teatro, di cultura. A cominciare dal linguaggio: come decolonizzarsi da quelle parole che coprono e sviano le esperienze reali e singolari che una “lavoratrice dello spettacolo” ha nel riconoscere la ricchezza e nell’attribuire valore a ciò che fa? 
Osare riprendersi fisicamente e letteralmente uno spazio sottratto in modo s-prezzante genera un largheggiamento: si parla di “restituzione” alla cittadinanza. L’occupazione vissuta così non ha infatti la protervia di uno scontro tra proprietari, ma piuttosto la fluidità di un togliere per riprendersi e per dare. Occuparsi del Teatro è restituirlo a chi lo desidera o a chi ricomincia a desiderarlo proprio perché si offre in questo nuovo modo. Non solo gli innumerevoli spettacoli – a contributo libero, una forma concepita come un ulteriore invito alla partecipazione – ma anche i momenti di discussione sulle urgenze del vivere quotidiano, i seminari, i corsi di autoformazione (per chi occupa e per chi lo desidera) sono frequentati e animati in modo mai visto. 
Restituire alla cittadinanza non è un programma che va applicato, accade. Accade per via dell’apertura che consegue alla cura, quando questa si fa atto di forza politica.
Cura della soglia, quella reale, la porta d’ingresso cui si avvicina o che varca chi vuole saperne. Cura delle parole dell’ospitalità, del saper raccontare cosa accade – sciogliendo le parole che la familiarità tra interni può rendere meno evidenti - e quale spazio può trovarvi chi vi approda.
Cura della soglia tra competenze, tra chi sa e chi non sa ancora. Niente ruoli prefissati tra chi agisce e chi assiste, tra attore e spettatore. Piuttosto, grazie all’accento posto sulla formazione, il differenziale tra competenze circola, come nel corso tenuto dai tecnici, che hanno scoperto la passione di trasmettere l’intelligenza e la precisione del lavoro materiale.
Cura della soglia tra le regole dell’autogoverno e i linguaggi della società. Cura questa che ha da essere visionaria e anche conflittuale. E’ stato il caso della scrittura di una figura giuridica  ancora non esistente, lo Statuto di un Bene comune - il Teatro Valle Occupato va diventando Teatro Valle Bene Comune – scrittura partecipata, in divenire, discussa in assemblee aperte a cittadine e cittadini, modulata sui contributi del linguaggio del desiderio, del linguaggio dell’esperienza, del linguaggio giuridico ed economico. Nasce così uno spazio autonomo, sì, ma non isola felice. Un focolaio, piuttosto, di contagio e di raccordo tra chi intende la politica nel suo senso intenso, fatta di relazioni, di rigenerazione e di invenzioni, di ricchezza diversamente intesa e distribuita.


Statica e dinamica. Appunti filosofici sui beni comuni
Federica Giardini

Un no che diventa sì
Il nuovo movimento globale è stato caratterizzato da una forma particolare di azione, l’occupazione, che ha caratteristiche precise. E’ un atto di disobbedienza nei confronti della linea di confine che distingue legale e illegale, legittimo e illegittimo. E’ un no alla distribuzione e alla gestione di risorse, di diritti, così come previsti dall’ordine esistente. Occupare, come azione puntuale, equivale a dire “adesso basta”. 
Avete pensato al futuro oppure avete riflettuto solamente sul presente, sul  luogo in cui vi trovate ora, il ruolo che ricoprite in questo momento? E l'aumento del traffico con le auto di 5000 soldati che scorazzano per la nostre vie in circa di nuove ebbrezze? (…) Ed i soldi dei cittadini, le tasse sui rifiuti, l'ICI e quant'altro versiamo per contribuire a migliorare i servizi...questi dove saranno investiti? Per i cittadini di Vicenza oppure per la costruzione della base militare? 
E’ però un no peculiare, che non si afferma in quanto tale, come sottolinea Angela Davis nel rivolgersi al movimento statunitense #occupy:
Sfidiamo il linguaggio. Trasformiamo il linguaggio. Siamo avvertiti di tutte le risonanze del linguaggio che usiamo. Sappiamo che il movimento in Portorico sta usando lo slogan “(Un)occupy”. Dobbiamo essere consapevoli, quando diciamo “Occupy Wall Street”, che questo paese è stato fondato sull’occupazione genocida delle terre indigene. Dobbiamo essere consapevoli, quando diciamo “Occupy Wall Street” o “Occupy Washington Square”, che le  occupazioni in altri paesi sono violente e brutali. La Palestina rimane un paese occupato e dobbiamo imparare a dire “no” alle occupazioni militari. Al tempo stesso trasformiamo il significato di “occupazione”. Trasformiamo “occupazione” in qualcosa che è bello, qualcosa che fa comunità. Qualcosa che parla di amore, felicità e speranza
.
Occupare è piuttosto un gesto di inizio, da cui si dispiegano e organizzano una serie di comportamenti che sono dell’ordine della sottrazione e insieme della produzione. Sottrazione di un luogo, di una risorsa, di un diritto, mal gestito o svuotato o dismesso, per avocarlo a sé e, al contempo, generazione di una nuova consistenza, materiale e concreta, di quella risorsa, di quel diritto. La riappropriazione è atto di riqualificazione. 
La nostra azione politica deve essere finalizzata a costruire e diffondere una cultura alternativa a quella sottesa alla militarizzazione della città. La base è solo l’aspetto visibile ed enfatizzabile di qualcosa di molto più grande e complesso, su cui è necessario continuare a produrre pensiero, progetti, aggregazioni.
Esiste un’altra città possibile.
Dobbiamo spostare le energie dall’obiettivo specifico - la base - a ciò che la base rappresenta sul piano simbolico (…) Se sapremo modificare la gerarchia delle priorità, proporre nuovi modi di agire intorno ai quali aggregare soggetti differenti, (…) una diversa organizzazione del quotidiano, una ridefinizione dei rapporti con le persone. Si sono create e consolidate relazioni, individuate affinità, scoperti aspetti imprevisti e sorprendenti nella varia umanità che circola intorno al presidio; ora voglio bene e apprezzo gente che non avrei mai avvicinato se non fossi uscita dalla cerchia di amici e amiche forse troppo simili a me per interessi, convinzioni, percorsi comuni. 
La mia città non è più sonnolenta. C'è un nutrito numero di persone, (tra cui con fierezza mi ci metto!), che  sono diventate cittadini e questo patrimonio non ce lo porterà via più nessuno. Quando sei diventato cittadino, non puoi più tornare indietro
. 
Niente dunque che somigli a una chiusura comunitaria, a una difesa dell’esistente a discapito di un senso più ampio di giustizia – come invece sono state lette le mobilitazioni legate al territorio, derubricate a movimenti “non nel mio cortile” (nimby) - piuttosto si manifesta una costante capacità federativa
D’altra parte, non si tratta nemmeno di un avvicendamento nell’esercizio del potere sovrano attraverso la sospensione dell’ordinamento giuridico esistente. Non istanza di sovranità di un popolo, ma piuttosto ritorno alle radici dell’auctoritas, nel suo significato più vitale – aumento, accrescimento del senso di partecipazione e delle proprie capacità di generare e rigenerare le relazioni che costituiscono il vivere comune.
Sostantivo o verbo
Non popolo dunque, né comunità. A pensarci bene alla base dell’occupazione non c’è un soggetto ma l’inizio di un’azione. Non c’è un programma attorno a cui si costruisce un’identità omogenea, non una rivendicazione rivolta a un’istituzione che sola ha il potere di concedere o negare. Piuttosto un’urgenza condivisa, un bisogno che spinge ad agire, che creano un’affinità passionale. Il soggetto dell’occupazione consiste nell’atto che ridefinisce uno spazio attraverso l’azione. Proprio perché un bene comune non è una risorsa preesistente al complesso di abusi, riappropriazioni, riqualificazioni, di mobilitazione e partecipazione, anziché di beni comuni (Commons), è più appropriato parlare di un fare bene comune (commoning). 
In effetti va evitata la trasformazione statica di quel che si manifesta in modo necessariamente vitale e partecipato. Nel suo Trattato e discorso sulle leggi della foresta (1598), John Manhood tenta di rispondere a cosa sia un bene comune e centra la sua risposta sul concetto di “comunanza” (fellowship). Le edizioni successive, così come ha fatto la nostra tradizione politica, rimuovono la dimensione di condivisione, di partecipazione e di uguaglianza implicata nel termine, proprio perché legare la comunanza a un’azione comporta un tratto destabilizzante, contingente, che chiede un costante aggiornamento politico. La politica, intesa come ambito strettamente legato alle istituzioni statuali, prende la forma della rappresentanza e della delega e ha bisogno di pensare ai diritti e ai beni, secondo la stabilità delle ratifiche di legge, gestite ed eventualmente garantite in modo centralizzato.
La radice di questa statica è lontana nel tempo, ma possiamo vedere come oggi si dia un’inversione di tendenza, che mette in discussione sia l’idea di una democrazia fondata sulla delega, sia l’idea di una mobilità equiparata alla sola libertà e interesse individuale.
Pensare, anzi, constatare come viene dalle nostre esperienze, che un bene comune nasce sempre da una mobilitazione, da un cambio di passo nella percezione dei bisogni, di un rinnovato senso della propria cittadinanza, porta a connettere beni comuni e democrazia partecipativa, ovvero porta a un’idea processuale e non statica dei diritti che, più che tutelati, risultano essere generati.
I beni comuni sono un’attività ed esprimono relazioni sociali che sono inseparabili dalle relazioni con la dimensione naturale. Sarebbe meglio mantenere il termine come un verbo, come un’attività, anziché come un sostantivo
.
Proprietà e uso
Ma il passaggio dalla statica alla dinamica tocca anche la dimensione proprietaria. Un bene comune fa riferimento più all’uso che al dominio, anzi, spesso emerge come tale nella contestazione dell’abuso che si dispiega dall’esercizio di una relazione di proprietà. Ora, nel caso del processo occupare-riappropriarsi-riqualificare siamo di fronte a un passaggio di proprietà, nella sua versione forzosa? I giuristi ci dicono che le opzioni possibili sono sempre relative alla titolarità del possesso (cfr. art. 42 della Costituzione), occupare sarebbe dunque una riappropriazione: non più lo Stato o chi per esso, non un soggetto privato, bensì una collettività – il pubblico. Ma qui interviene una distinzione: tra proprietà pubblica, vale a dire del popolo incarnato dallo Stato e quella “strana” proprietà che dovrebbe discendere dall’atto di occupazione e riappropriazione. In effetti i beni comuni sono 
una nuova fondamentale categoria, (…) non rientrano stricto sensu nella specie dei beni pubblici, poiché sono a titolarità diffusa, potendo appartenere non solo a persone pubbliche, ma anche a privati, ma la cui fruizione e gestione assume sempre una dimensione pubblicistica. (…) La Commissione li ha definiti come cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona, e sono informati al principio della salvaguardia intergenerazionale delle utilità
.
Categoria nuova, i beni comuni inaugurano l’uscita dal pensiero unico che ha dominato l’Occidente in questi ultimi decenni e possono assumere contorni più precisi attingendo a periodi in cui si sono date possibilità alternative. 
Se Linebaugh si rifà all’utopia di pirati e schiavi
, Agamben ci fornisce altri esempi a partire dal dibattito che oppose l’ordine francescano, e il suo voto di povertà, al papato. In opposizione al diritto naturale di proprietà – che con John Locke diventerà uno se non il principale diritto umano, naturale e inalienabile – troviamo infatti enunciata la relazione d’uso.
Non è infatti la proprietà degli alimenti e dei vestiti a conservare la natura, ma l’uso; pertanto è possibile sempre e dovunque rinunciare alla proprietà, all’uso mai e in nessun luogo
.
Così anche, nella declaratio dei francescani, appare una dimensione comune che non è fondata sulla proprietà, ma sull’uso – “l’aria e la luce del sole sono comuni a tutti nel senso che sono comuni solo secondo l’uso comune”
.
La proprietà è una relazione già dispari tra chi dispone e ciò che è disponibile, mentre l’uso alleggerisce l’orma del soggetto. Tuttavia la tradizione medievale, quella che ancora stava in un orizzonte di comunanza creaturale con la natura, viene soppiantata dal regime proprietario del nascente ordine borghese, di cui Locke è l’interprete più compiuto. 
Il lavoro ha creato una distinzione tra quei frutti [raccolti] e le cose comuni; ha aggiunto qualcosa ad essi che è più di quello che la natura, madre comune di ogni cosa, ha fatto
.
Il lavoro, che aggiunge qualcosa che non vi era in precedenza, la natura essendo inerte, apre al diritto di proprietà da parte del soggetto di quella forza-lavoro. Tuttavia, per andare oltre la relazione proprietaria, non è di aiuto nemmeno l’analisi rovesciata di Marx che - partendo dalla merce, dall’incorporazione già avvenuta e alienante della forza-lavoro - destituisce l’individuo proprietario, dato che lascia fuori dal gioco umano quel che lo rende possibile: il lavoro di riproduzione che rende possibile quello di produzione
. In effetti, esistono attività di relazione tra viventi che non rispondono né all’appropriazione né alla produzione. Così, più che il lavoro e la produzione, per concepire i beni comuni è bene spostarsi su quelle attività, di tradizione femminile, che oggi sono messe sotto il titolo di cura
Al di là di natura e cultura, la cosmo-politica
Tuttavia, nei dibattiti e anche nei conflitti riguardo ai beni comuni si continua a compiere una distinzione: da una parte, le risorse naturali e, dall’altra, i beni che riguardano le attività umane, l’acqua distinta dalla conoscenza, ad esempio. La stessa Elinor Ostrom suddivide i beni naturali e i beni prodotti da attività umane
. La distinzione discende proprio dall’idea di una centralità del lavoro, così come inteso nella tradizione occidentale: la materia ottusa, recipiente passivo - assimilato a una matrice, a richiamare quella “madre comune di ogni cosa” di Locke – affatto disponibile in quanto non esprime istanze regolative, viene poi organizzata secondo principi che invece sono prerogativa esclusivamente umana
. In altri termini, da una parte la materia e dall’altra la forma, da una parte l’indifferenziato e dall’altra le regole, e dunque, anche, da una parte i temi ecologici e dall’altra le questioni strettamente politiche. 
Per uscire da questa dicotomia - rispetto alla quale i beni comuni e il nesso che intrattengono con la dimensione partecipativa non trovano una collocazione – è utile tornare ai testi fondativi del passaggio dal comune alla proprietà privata, modello dei tanti dualismi appena citati.  Scopriamo così che ghiande, mele, “frutti della terra, creature inferiori, la terra stessa” appaiono nella narrazione quali condizione del lavoro stesso: in altri termini, prima del lavoro, il cibo e dunque la fame
Nutrirsi, traccia cancellata in questa narrazione fondativa, è dell’ordine dei bisogni fondamentali che, fin dalla sua comparsa, rende impossibile pensare secondo le partizioni istituite dal lavoro. La relazione di nutrimento si configura infatti come una relazione tra corpo e oggetto, attività e passività, dominio e dipendenza, appropriazione e alienazione, tra interno ed esterno, umano e ambiente - nel nutrirci siamo attivi o passivi? Siamo acquisitivi o consegnati alla potenza di ciò da cui dipendiamo? Esiste qualcosa di incondizionatamente disponibile? Piuttosto, ciò da cui si dipende è la condizione stessa dell’accrescimento - e, non da ultimo, tra contestuale e universale o, come si dice più comunemente, tra locale e globale: nutrirsi è un universale dato che riguarda l’umanità intera e tuttavia, avendo a che fare con il corpo, non può non rimandare alle singolarità, non può essere stabilito in astratto, ma solo attraverso le circostanze concrete e reali entro cui avviene. Si tratta di un bisogno innervato di senso, al di là della partizione tra bisogno fisiologico ottuso e campo del desiderio immateriale, è l’elaborazione vitale, generativa, di una dipendenza.
In questo spazio transizionale possiamo allora collocare quale necessità irriducibile il cibo come anche l’istruzione – la cultura, nell’etimo, è ciò che coltiva ed è coltivato, cura e accrescimento – l’acqua come l’arte… Possiamo anche smascherare la logica della proposta politica che sostiene che non sono le risorse naturali a dover essere privatizzate, bensì la loro gestione - l’acqua rimane bene pubblico, privatizzata sarà la sua gestione
. Come un corpo non è materia senza intelligenza, così non esistono beni in sé e le cui forme d’uso sarebbero secondarie. Non esiste una partizione netta tra natura e tecnica, come non esiste un dominio naturale e uno culturale, non esiste ciò che è necessario al corpo e ciò che è soltanto auspicabile per esseri dotati di linguaggio, il naturale o lo “spirituale”. 
Nel raccontare la “guerra del gas” che, nel 2003, ha portato a destituire il presidente boliviano Gonzalo Sanchez, Antonietta Potente ci restituisce una concezione dei beni comuni che non solo salta la partizione tra natura e cultura, ma che indica anche la strada per ridefinire che cosa sia politica. Potente presenta il gas in modo transizionale, dimensione materiale e volatile insieme, pervasiva, naturale e spirituale, condizione di vita e insieme minaccia, manipolabile eppure incomprimibile oltre un certo grado:
[il gas] è legato al tema della produzione e riproduzione della vita nella quotidianità (…) mescola insieme storie pubbliche e private. E’ partecipe della vita di uomini e di donne , come materia prima, risorsa, prodotto. E’ presente in modo drammatico nella storia dei mercati nazionali e internazionali, nello sfruttamento delle risorse naturali e umane, nelle rivendicazioni, nelle proteste, nei diritti e nei doveri (…) Parliamo delle armi chimiche (…)
.
Per noi è stato facile riconoscere che il gas era come un segreto che la terra ci aveva dato e che noi stavamo vendendo e non riconoscendo, (…) tanto che la domanda che è nata intorno a quello che avevamo vissuto della guerra del gas è stata: “e se ci rubassero lo Spirito?” Ci rubano il gas, ci rubano qualcosa che sta dentro e lo Spirito sta dentro. Se c’è qualcosa che proprio sta dentro (e con dentro non dobbiamo sublimare l’intimismo, ma lo spazio, il segreto, la libertà, perché dentro uno si muove liberamente) è lo Spirito. Per cui per noi era normale raccogliere questo “parto” storico di una società di popoli che da tanti secoli ha sofferto anche questi saccheggi con la restituzione dello Spirito, intendendo lo Spirito come tutta la forza della creazione
Pensare i beni comuni comporta dunque una cosmo-politica, che ridisegni, come avverte Rosi Braidotti, spazi, soggetti, relazioni della politica, al di là del paradigma politico moderno dell’Uomo – bianco, borghese, lavoratore, proprietario e dunque cittadino
Il posto del linguaggio
Per mettere in questione la politica concepita secondo una “repubblica proprietaria”
 è così dirimente riferirsi a culture che non hanno conosciuto le forme dominanti della modernità occidentale. Alcune voci militanti, come quella di Vandana Shiva, ci consegnano l’equivalenza tra natura e cultura, tra sacro e tecnica, attraverso il linguaggio.
Scarsità e abbondanza non sono dati in natura, bensì prodotti dalle culture dell’acqua (…) La popolazione del Rajasthan non ha preso come una disgrazia la mancanza di piogge che la natura ha voluto imporle (…) il sapere indigeno si basa su un’attenta osservazione delle precipitazioni e dei loro modelli (…) che fanno del Rajasthan il più fiorente deserto della terra
.
In questo caso - diversamente dall’Adamo biblico, che ribadisce la concessione divina dell’uso di frutti della terra, degli esseri inferiori e della terra stessa, utilizzando il linguaggio come strumento per estendere il gesto di presa di possesso – i nomi sono indicatori di relazioni e di pratiche. Come esistono nomi per i singoli momenti della pioggia o per i singoli momenti di incontro tra il fiume Gange e gli esseri che lo frequentano, così esistono almeno venticinque nomi per designare i sistemi idraulici di irrigazione e di trasporto dell’acqua potabile
A partire dai beni comuni anche il linguaggio va concepito in modo differente: viene infatti meno sia la sua funzione “pesante”, di strumento per la presa di possesso, ma anche la sua funzione di “alleggerimento”, di presa di distanza dalla necessità. In effetti, molto dell’accordo intorno ai beni comuni proviene da un uso delle parole che non genera nessun vincolo: a bene comune può corrispondere qualsiasi comportamento e azione – da quelli della rivista di preziosità culturali a quelli della Commissione episcopale
. Se invece si intende il bene comune come uno spazio che intreccia in modo irrevocabile l’osservazione, la conoscenza, l’azione e la partecipazione, diventano dirimenti le pratiche in quel che producono come accrescimento o deperimento.  
C’è una pluralità di rapporti tra cose e parole (…) frequentazione delle cose del mondo da parte delle parole, e l’importanza somma delle pratiche è che esse fanno in modo che certe realtà, certe posizioni dei corpi, certe situazioni, vengano frequentate da parole significative, non ritualistiche. Le parole che nascono dalle pratiche (…) sono parole che lavorano insieme alle cose, e anzi sono le cose che lavorano con le parole (…) il regime della verità è chiamato a produrre credito per l’esperienza che facciamo, a renderne conto, a salvarla dall’insignificanza, e ciò grazie al fatto che questa esperienza riceve un nome
.
Ulteriore esempio a favore di questa diversa concezione del linguaggio - non strumento caratteristico dell’umano, che stabilisce relazioni con ciò che di linguaggio non è dotato - ci viene ancora da una cultura non occidentale. Nella tradizione aborigena i canti rituali, tramandati di generazione in generazione come conoscenza iniziatica e segreta, sono miti della creazione come anche mappe del territorio
. Il linguaggio appare qui come atto di co-creazione: il cespuglio, la roccia, il fiume incontrati lungo la via sono lì, ma arrivano alla pienezza di esistenza nel momento in cui vengono cantati da chi li incontra e, parimenti, chi canta non crea dal nulla, piuttosto incontra ciò che ha un’esistenza propria, seppure nel verso del non ancora. E’ una co-implicazione, una relazione costituente, elaborazione vitale della dipendenza, entro cui si genera quello spazio transizionale, comune all’umano e al non umano. 


La leva del sapere. Mettere a fuoco la propria forza. 
Federica Giardini
La posizione da cui parlo
Nel documento che avete in cartella racconto, per parte mia, uno dei fili del femminismo, quello che si è concentrato sulla differenza di mondi tra donne e uomini. E ha fatto propria l’impresa di portare a creazione, per parte di donne, quel mondo, una creazione fatta di parole e di azioni. Se dovessi dare in una frase lo spirito della formazione alla differenza, oggi la direi come un non dare per scontato che valori e moventi correnti siano quelli più appropriati a te, che sei una donna. Aggiungerei anche, a questo invito all’incredulità – come l’ha saputo dire Carla Lonzi – un invito a cercare parole e azioni di creazione: di comportamenti, di priorità, tutto ciò che potesse servire a sentirsi libere, senza rinunciare a dare significato al fatto di essere donne.
Sottolineo un primo punto, anche per riguardo al luogo in cui ci troviamo: quel femminismo aveva in mente, per dirla in breve, più le pratiche che le lotte. Sono gli anni Ottanta, il femminismo di movimento, con campagne e scese in piazza, cede gradualmente il passo a una rete capillare, diffusissima, efficace ma senza quella visibilità di massa o mediatica, come si direbbe oggi. Efficace lo era effettivamente, maestre, professoresse, docenti, giornaliste, scrittrici, artiste, e l’elenco è infinito, erano ovunque e lavoravano a partire e mostrando il fatto di essere delle donne. Vi sto dunque raccontando una storia leggermente successiva ma soprattutto diversa dalle lotte su divorzio e aborto, ad esempio. Dalle lotte a un lavorio di civiltà.
Questo è punto fondamentale: parlare di forza per parte di donne oggi non può ridursi al grado di visibilità – quale? Su quale scena? E soprattutto, in tempi di videocrazia? - del loro agire. Anche se questo è un punto da discutere. Lo farò sul finire di questo intervento. 
La posizione da cui parlo è fatta anche di un altro accadimento. Nel 2000, con alcune altre ‘giovani’, così eravamo definite, siamo venute al punto: ci siamo scrollate di dosso il senso di mancanza che derivava dal non aver partecipato direttamente agli anni del femminismo. Ci siamo appropriate di questo che era un semplice fatto anagrafico, essere nate dopo gli anni Sessanta, e abbiamo cominciato a pensarlo come un’occasione. Forse, era il caso di cominciare a cercare altre parole, altre priorità, un altro sguardo, per dire di cosa avevamo bisogno, cosa cercare, come e su cosa sentirsi libere e anche, cosa era andato perso rispetto ai decenni precedenti (DWF 2001). E’ nata così la posizione matri_x. Tra le madri, le precedenti, e la nostra posizione – una x, ancora incognita nei significati, valori che significa - un intervallo… Questo ha aperto uno spazio per autorizzarci alla discontinuità, che non fosse tradimento, rispetto al grande evento del femminismo. 
La forza, un inizio, anzi due
E’ proprio in quegli anni che si è fatto strada in me il bisogno di dare figure e parole al sentirmi dotata di forza. E che a questo bisogno non c’era già risposta nel pensato dalle mie precedenti. 
Serve allora fare alcuni distinguo. 
Non sto parlando di quella forza che veniva detta con la frase “dalle donne la forza delle donne” – frase a cavallo tra il potenziamento che veniva dalla sorellanza e questioni legate alla rappresentanza (Carta delle donne comuniste). Non parlo nemmeno della forza ‘morale’, attribuita alla capacità femminile di mediare, di non essere aggressive e di arrivare a soluzioni non cruente e inclusive (cosa di cui oggi sembrano appropriarsi anche alcuni autorevoli voci maschili, da Alain Touraine, con Il mondo delle donne e Umberto Veronesi in un articolo – La forza delle donne in dieci punti. Ora serve un nuovo femminismo sul “Corriere” del 21 agosto). 
Quel che ho in mente sta nelle parole intensità ed energia, si mostra in quello che è un corpoparola (dwf, la forza e la grazia, 2-3, 2005). Non solo parola – capacità di mettere in parola, di dare senso – come invece era la priorità coltivata dalla mie antecedenti - e, naturalmente, non solo corpo, avrei fatto la ballerina. Ridere, arrabbiarsi, tenere testa, là dove si è. Questi alcuni elementi.
Ma posso proseguire questa storia solo facendo riferimento ad altre, e nuove, relazioni. Quella con donne più giovani di me. Alcune di loro sono qui. 
La scuola di questo anno autorizza la parola “ambizione”. Vengo meno a una certa ritrosia e vi racconto un episodio.
Sono ricercatrice, nella gerarchia accademica questo significa il grado più basso. Per motivi anche virtuosi è più che probabile che delle giovani donne che pretendono qualcosa dai propri studi, dalla loro qualità, si orientino verso docenti, donne e uomini, più avanti nella gerarchia. Non è quello che è accaduto a me. Anche con una certa inquietudine iniziale, sono stata destinataria di attenzione da parte di studentesse che mi hanno chiesto di concludere l’iter di studi con me. Giovani donne di grande intelligenza e talento. E, a sottolineare che non si tratta di un delirio, mio o allargato, riporto la domanda sorridente e ammirativa di un collega all’ultima seduta di laurea: “com’è che tutte quelle intelligenti si laureano con te?”.
Ritengo un atto di responsabilità rendere conto di questo. Come avrò modo di sviluppare poi, essere inconsapevoli della forza che si ha può arrecare danni enormi. 
Il sapere come forza?
E’ senso comune che le donne sono quelle che leggono di più, che eccellono negli studi. E, sorpresa, non solo in un paese del nord del mondo come l’Italia. Da una parte in Iran hanno introdotto le quote azzurre per bilanciare uno svantaggio maschile nelle iscrizioni agli studi universitari (“Troppe laureate, l'Iran vara le quote azzurre”, La repubblica, 26.02.08). E anche in Norvegia le pari opportunità, con un ministro, un uomo, devono agire per bilanciare uno svantaggio maschile, questo più legato a fenomeni di anomia e di depressione maschili (“Norvegia, sì alle pari opportunità. Per gli uomini”, Il Corriere della sera, 08.08.07). 
Passione e godimento nell’istruzione, nell’educazione, leva di emancipazione e libertà. Questo il rapporto delle donne con il sapere e non tra Novecento e XXI secolo. E’ una passione secolare, pensiamo a Virginia Woolf, o ai progetti educativi di una Mary Astell nel Seicento. E potremmo andare indietro fino al Trecento di Christine de Pizan. 
Veniamo a oggi, però. La posta in gioco non sta nel godersela nel pensiero e nella lettura e scrittura. Questa passione sta allo snodo di un vero e proprio conflitto. Nel tracciare le linee di questo conflitto, penso di rendere indirettamente conto del felice incontro tra me e queste giovani donne. E anche di una certa opacità della situazione italiana.
Si può essere colte e inette. Oppure si può essere delle magnifiche esecutrici. Persino migliori dei colleghi uomini (“L’impersonale” Grande Seminario di Diotima). Infine, si possono intraprendere delle azioni, ma senza il beneficio di un orizzonte e di un margine di manovra ampio. Il sapere interviene in tutti i casi, in modo diverso. 
Quale sapere, quale forza 
il sapere come teoria, sistema concettuale separato dalla vita
E’ probabile che questo tipo di sapere – come sistema autonomo e fine a se stesso - non sia più un’esperienza disponibile a chi ha intrapreso gli studi universitari negli ultimi dieci anni. Oggi vige un’altra concezione dell’educazione, anzi, della formazione. 
Tuttavia, questo tipo di sapere può ancora regolare l’immaginario con cui una donna pensa al sapere: cose per esperti; un campo troppo alto per intraprenderlo in proprio; un ambito che può essere frequentato solo nel modo del ‘serioso’. 
Durante gli anni settanta il femminismo ha criticato le teorie perché costringevano l’intelligenza femminile alla deportazione in territori pensati e organizzati per parte maschile, sì, ma che pretendeva di valere indistintamente per tutti e tutte.  Le risposte date dal femminismo sono state di almeno due ordini: da una parte portare nella teoria, nei concetti, il segno o la messa a tema dell’essere una donna (penso a Irigaray ma anche a quelli che vengono chiamati i gender studies); dall’altra l’idea che è la teoria stessa a essere una forma sbagliata del pensiero, perché separa la mente dal corpo, il pensare dall’agire.
Quell’alienazione sembra non essere più un problema per una donna del XXI secolo. Vorrei dire che non è così, e secondo un nuovo significato, diverso da quello denunciato dalle femministe degli anni Settanta. Metterei il problema sul quale stare in guardia sotto il titolo di un neoindifferenzialismo che si nutre tacitamente dell’intelligenza femminile.
Ho davanti agli occhi brillanti studentesse, più brave dei loro colleghi nel gestire concetti, che sviluppano teorie che non restituiscono loro in nessun modo il fatto che sono delle donne. Stavolta però vengono accolte, queste studentesse, e non escluse, sono brave, brillanti… fino al termine degli studi. Successivamente inizierà un ciclo diverso, quello della collocazione sociale attraverso il lavoro che, almeno in Italia, le penalizza in vari modi: dal ritorno di forme arcaiche di esclusione (una lavoratrice è meno conveniente perché passibile di maternità); di discriminazione (a parità di compiti, entusiasticamente svolti, retribuzione ridotta); fino ai casi di una sorta di tetto di vetro autoimposto su creatività e intraprendenza (rimane un primato maschile nella capacità di modificare radicalmente le impostazioni, gli approcci, i metodi, i principi di organizzazione del contesto in cui ci si trova).
Si tratta di una nuova forma di neutralizzazione delle donne, stavolta però nel verso dell’inclusione. 
Il sapere come pratica: un’azione capace di dirsi
A contrasto con il sapere teorico e la scissione che comportava, il femminismo negli anni Settanta ha intrapreso un grande lavoro di riunificazione: senso di sé e parola, azione e pensiero. I gruppi di autocoscienza sono stati luoghi in cui analizzare alienazione e oppressione passando attraverso gli stati più intimi – i sogni, le paure, le fantasie – pensiamo alla frase “il personale è politico”. Più in particolare, a contrasto con una certa inclinazione femminile all’espediente cioè a trovare soluzioni concrete senza dirselo e dirlo mettendolo così in comune con altre, è stato messo l’accento sulle pratiche, nel senso di costringersi a nominare azioni particolarmente efficaci. Le pratiche hanno anche costituito un modo per continuare a concepire la vita delle donne come portatrice di trasformazioni sociali. Nella produzione di pensiero questo ha anche significato un costante riferimento all’esperienza personale, cioè l’ingiunzione a nominare esplicitamente le fonti, le occasioni, i problemi che generavano quelle considerazioni. Un’altra pratica che insisteva sul pensiero è stata quella del “posizionamento”, cioè di nominare esplicitamente le relazioni con altre donne che rendevano possibile quella presa di parola – una pratica che, mostrando la fecondità e l’autorizzazione a parlare che veniva da altre donne – toglieva dalle abitudini pregresse di donne isolate nel campo della teoria maschile. 
Sono convinta che possiamo mantenere ancora oggi questo modo di concepire e di produrre sapere – strettamente debitore, cioè, alla relazione con altre, alla messa in parola condivisa e verificata e calibrata nella condivisione e, soprattutto, capace di rendere della propria singolarità, quella capacità che è stata nominata come il “partire da sé”. Questo modo di stare nel sapere è fonte di forza. Di una forza particolare, che è l’autorevolezza: fate un esperimento sulla differenza tra avere un’opinione su un tema e aver guadagnato la propria posizione attraverso queste pratiche. Sarà subito evidente che la base è più solida, dà più sicurezza e competenza. 
Tuttavia le pratiche per parte di donne non sono fuori dalla storia, prendono il loro significato, e la loro efficacia, anche in rapporto ai tempi storici in cui avvengono e dunque al fronte di conflitto, di resistenza, che configurano. 
Il sapere applicato
Negli ultimi vent’anni le nostre società del nord del mondo hanno intrapreso una radicale trasformazione del rapporto tra sapere e società. Si è passati da quella che potremmo definire come una società organizzata secondo la divisione dei compiti e delle istituzioni preposte, a una società meno geometrica e più fluida. Uso come esempio l’università: da cittadella del sapere, che fino all’Ottocento aveva un’autonomia – le forze dell’ordine, come nei conventi, non poteva entrare se non previa autorizzazione del rettore – e svolgeva la funzione di plasmare, attraverso gli studi, l’identità nazionale. Oggi l’università si è aperta alla società, non è luogo separato. Soggetti e argomenti mantengono una continuità con le emergenze che si profilano nella vita del paese – pensiamo alla bioetica, ad esempio, ma anche il pensiero delle donne è rientrato in questa trasformazione. 
E’ senz’altro un mutamento fecondo. E tuttavia esiste un cono d’ombra che non va trascurato. Arriviamo a quanto dicevo sull’essere delle esecutrici. Un nome per questi processi è stato quello di “femminilizzazione del lavoro”: il lavoro non è più concepito come virilmente separato dagli affetti, dalla cura, etc. Anzi, tra le capacità richieste dal mercato del lavoro c’è proprio, se non soprattutto, quella capacità relazionale che tradizionalmente è stata una competenza femminile (cfr. articolo Veronesi). Una donna, da questo punto di vista, può dunque diventare un lavoratore più desiderabile. Eppure non necessariamente questo va nel verso di un suo riconoscimento sociale aggiunto, con tutto quel che ne consegue di fiducia nelle sue capacità decisionali, da parte degli altri, ma anche della stessa interessata. Così si spiegherebbe, in parte, l’entrata massiccia delle donne sul mercato del lavoro ma non fino a incarichi a quei livelli che, correntemente, implicano la possibilità di modificare sui principi dell’organizzazione del lavoro. Esecutrici efficientissime ma non governanti.
C’è un altro aspetto che vorrei sottolineare. In questa tendenza il sapere ha perso la sua autonomia, questa perdita ha tanti nomi, ad esempio la vocazione “professionalizzante” dei corsi di studio. Dante professionalizza? Una formula di matematica? E l’astrofisica? Sembra quasi che valga la pena, anzi, che abbia valore solo ciò che può diventare il brevetto di una casa farmaceutica, un’abilità in situazione – uno skill, come si suole dire – oppure che crea le famigerate figure di esperti, dagli psicologi agli esperti di comportamenti in situazioni dilemmatiche…
Intravvedo qui un altro fronte di conflitto per le intenzioni iniziali del femminismo: un conto è l’intenzione di unire corpo e parola, un conto è pensare che si sa solo nella misura del problem solving. Un conto è la concretezza, l’incarnazione del sapere, un conto è la sua stretta e misera funzionalità. 
La carne dei nostri corpi è più ricca e complessa. E’ mia, nostra, responsabilità non confondere la potenza che ci è disponibile di questi tempi con l’inclinazione a dare buone risposte a problemi contingenti. 
Una proposta: sapere la propria forza
Tenuto conto di queste considerazioni, come approfittare della forza che ci è oggi disponibile? Ma prima ancora due avvertenze aggiuntive e dirimenti.
  1. Non essere consapevoli della propria forza non è semplicemente un’occasione mancata. Ci può rendere delle violente inconsapevoli (pensate a certi accanimenti con cui alcune donne nella separazione approfittano di alcune tutele giuridiche, pensate quando le donne nelle unioni erano l’anello debole). Ma ancora peggio, ci può rendere vittime. Una forza inconsapevole che rende vittime, sembra un paradosso. Il fatto è che – come nelle dinamiche speculari raccontate dalla psicoanalisi ma anche dal vangelo (è più facile vedere la pagliuzza…) – questa forza può apparire più evidente a chi ci guarda che a noi stesse. Così si spiegherebbero interventi alla Veronesi o alla Touraine, ma anche la violenza ordinaria di fidanzati, amanti, mariti, parenti. Violenza che irrompe, non più arginata da un senso implicito di superiorità e di prerogative socialmente attribuite al maschile. 
  2. La forza è tale solo se consapevole. Se non è assunta cessa di essere una forza. E’ questo uno scarto decisivo rispetto al pensiero maschile sulla forza, che la vede come violenza, assenza di pensiero e di codificazione. La forza per parte di donna è fisica e pensata. Somiglia più a quanto dicono le tradizioni di arti marziali: corpo e disciplina che non si escludono ma si potenziano.  
Fatte queste precisazioni, mi limito a dare alcune indicazioni, che vorrei sviluppate negli interventi e nella discussione. 
La forza è qualcosa di diverso dalla presenza che si rende visibile a livello mediatico, naturalmente, cioè da quel che socialmente viene individuato come potere. La forza può avere ritmi e accenti che non si prestano al tempo spasmodico e scandalistico del fare notizia. Fin qui credo siamo tutte d’accordo. Tuttavia questo non toglie che ci dobbiamo porre il problema di essere governanti, cosa che ha strettamente a che vedere con l’assunzione consapevole della propria forza. Ed essere governanti significa porsi al livello della ridefinizione delle condizioni che caratterizzano luoghi e azioni.
Per la ridefinizione delle condizioni è necessario il pensiero, naturalmente. Ma quale? Un pensiero immaginante, che sa distaccarsi dalla realtà, dall’esistente. Un pensare che non si priva di nessuna fonte, che sa giocare con qualsiasi risorsa. Anche un romanzo, anche un manuale di cucina, anche un saggio sui conventi del XIII secolo possono arrivare a darci uno spunto, una leva. Non pensiero schiacciato sul problema da risolvere, dunque. Piuttosto pensiero laterale che provvede un orizzonte – con una sua relativa autonomia - che non mira direttamente all’obiettivo pratico e che, nel giro largo, crea lo spazio dell’invenzione, della sperimentazione, di idee impreviste. 
Sapere astratto allora? No. Va mantenuta, come dicevo, la pratica di produrre sapere a partire da sé, in rapporto con la propria esperienza, cosa che conferisce consistenza e autorevolezza alle proprie prese di posizione, e in relazione con altre. Tuttavia, l’impresa non riguarda più la scoperta di sé, bensì la scoperta di sé attraverso il proprio amor mundi. La voglia di fare.
Scoperta di sé in questa assunzione della propria forza rivela – come abbiamo fatto nel gruppo di lavoro – che dipende dalla capacità di includere cadute e fragilità, come componente costitutiva e non come accidente - quali fantasmi fanno da impedimento? Di cosa abbiamo bisogno? In cosa ci sentiamo minacciate nell’esporci? Come sciogliamo questi impedimenti, uno per uno, con gesti anche millimetrici? 
Infine. Un accenno di pratica che rivolgo soprattutto alle giovani donne che mi pare abbiano disponibile la leggerezza dell’apprezzamento e della fiducia tra donne, senza che questo si presenti più come un faticoso guadagno. Guardiamoci, ciascuna, nel luogo in cui siamo. Ciascun luogo è una risorsa di sapere e di agire, di immaginazione, di creazione sociale. In alcuni casi alcune di noi sono in luoghi socialmente “pregiati”. Quel che lancio come proposta è di istituire degli incontri – trasmutazione dei gruppi di autocoscienza – in cui il racconto di un’altra, sulla sua esperienza lavorativa, per quanto distante, possa fare da leva per pensare e agire altrove e altrimenti. Ed eventualmente dove si creino alleanze nel fare, coodinamento, collaborazioni. E che ciascuna trovi, nelle sue passioni di lettrice, fonti, immagini, per dire di più. Da qui può nascere qualcosa che sta tra il furto, il conflitto e l’alleanza con alcune nuove forme di legame tra sapere e spazio pubblico: dalle lobby, troppo ridotte alla logica degli interessi, ai think tank, pensatoi per esperti di lusso. Ad approfittare della propria forza si può essere più generose e visionarie. Ed efficaci. 





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